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Il Piccolo Principe e il Capo Scout

Era una splendente mattina di primavera. L’aria, nelle prime ore del giorno, era ancora pungente e io mi trovavo nel cortile dell’oratorio.
Ero tutto intento a raccogliere alcune bottiglie di birra vuote che qualcuno, la sera prima, aveva abbandonato a terra, per gettarle nel cestino, quando ad un tratto una voce mi fece sobbalzare.
“Buongiorno” mi disse, io mi girai incuriosito di conoscere chi potesse avere una voce così soave.
Vidi un bambino, bellissimo, occhi azzurri color del mare e capelli biondi color del grano. Indossava un vestito bianco e blu, molto particolare e francamente anche un po’ bizzarro.
Rimasi rapito a quella visione e credo che lui se ne accorse perché dopo qualche attimo disse nuovamente “Buongiorno”.
“Buongiorno” risposi subito accennando ad un sorriso.
“Chi sei?” mi chiese subito
“Io ti conosco” gli dissi sforzandomi di capire chi potesse essere.
“Questo lo devi sapere tu” mi rispose dolcemente “Chi sei?” insistette.
“Io ti ho visto da qualche parte, no no… ho visto una tua foto” ricordai.
“Non credo che nessuno mi abbia mai scattato delle fotografie. Chi sei?” continuò
“Mi chiamo Alberto” dissi, e nel rispondere ricordai dove avevo già visto quello strano tipino. Mi stropicciai gli occhi perché mi era difficile credere a ciò che stavo vedendo o che pensavo di vedere, poi presi coraggio e parlai “Ma tu sei… il Piccolo Principe”
“Certo” rispose lui “Mi conosci?” aggiunse
“Non credevo che tu esistessi davvero, pensavo fossi solo il frutto della fantasia di uno scrittore” obiettai.
“Mi conosci?” mi chiese di nuovo.
“Si” risposi senza aggiungere altro. In quel momento capii che lo conoscevo davvero, che non era un sogno, che tutte le volte che avevo letto e riletto le sue avventure lo conoscevo sempre un po’ di più. E proprio come sapeva fare, fu lui a rompere il silenzio e a stupirmi ancora una volta.
“Perché sei vestito in quel modo?” mi chiese osservando la mia camicia celeste e i pantaloni corti di velluto blu.
“Perché sono uno scout” risposi io con naturalezza.
“Cosa vuol dire essere uno scout” aggiunse lui
Cercavo nella mia mente un paragone, un aggancio con le sue storie, con la volpe, con la rosa, con il suo pianeta, ma non riuscivo a trovare nulla che potesse aiutarmi.
“Non sei un ragazzo come gli altri?” mi chiese come per aiutarmi
“Si, certo, sono un ragazzo come tanti altri” dissi un po’ poco convinto.
“Cosa vuol dire essere uno scout?” riprese
Capii che non si sarebbe accontentato di una risposta da manuale o da regolamento, e decisi di provare a spiegargli cosa significasse per me essere scout: “Essere scout vuol dire voler essere oggi migliore di quanto fossi ieri.” Risposi soddisfatto “Vuol dire non accontentarsi, essere curiosi, lottare per le cose giuste” continuai e presi coraggio “essere scout vuol dire dimenticarsi di avere gli occhi per guardare, la bocca per parlare le orecchie per sentire, ma rendersi conto di avere un cuore grande che può vedere un po’ più in là, confortare un po’ di più e sentire molto meglio. Essere scout vuol dire voler fare felici gli altri, vivere in armonia con la natura, saper faticare.” Mi resi conto che avevo detto già un mucchio di cose, saltando da un argomento all’altro, ma il Piccolo Principe rimaneva lì, come a gustare ogni parola, allora continuai, ma non trovavo più esempi concreti che il Piccolo Principe potesse capire, poi un baleno, un’idea che non avevo mai avuto prima. Certo era un po’ azzardata, ma a pensarci bene era una definizione che proprio mi piaceva e cosi gliela dissi: “Essere scout vuol dire voler amare e voler imparare a farlo”.
Quel dolcissimo ometto spalancò ancora di più i suoi occhi ed esordì: “Allora anche io sono uno scout”
Io mi vantavo di conoscerlo bene e ci pensai un po’ su. In effetti quello che faceva e le cose che diceva potevano essere tranquillamente le azioni e le parole di uno scout e così gli risposi: “Potresti esserlo, ma dovresti fare la promessa”
“Che cos’è la promessa” mi chiese?
“E’ un rito… e tu lo sai bene il significato del rito”. Commentai io
“E cosa si deve promettere?” domandò?
“Di impegnarsi ad essere uno scout” risposi
Fu così che in una magnifica giornata di sole, misi attorno al collo del Piccolo Principe il mio fazzolettone e lui promise di voler essere uno scout. Il fazzolettone bianco, risaltava sulla sua camicia più che su qualunque altra camicia.
Trascorremmo assieme molto tempo, giocando, camminando e anche lavorando. Parlammo a lungo di felicità, di accoglienza, di essenzialità, di scelte, e di mille altri argomenti.
Poi un giorno lui mi guardò e mi disse: “Devo andare”
Per la prima volta non fui impreparato alla sua domanda e gli risposi prontamente: “Lo so”
“Come fai a saperlo?” mi chiese
“Arriva sempre per uno scout il momento di partire” risposi
“Arriva sempre per uno scout il momento di partire” ripetè il Piccolo Principe per non dimenticarselo.
“Non serve a nulla essere uno scout fra gli scout” continuai.
“Non serve a nulla essere uno scout fra gli scout” ripetè il Piccolo Principe per non dimenticarselo.
Gli occhi mi si fecero lucidi, ma chi mi conosce bene sa che è la mia reazione alla felicità più profonda. Presi un po’ di fiato e lo salutai: “Ora vai ometto, hai conosciuto la via giusta, non abbandonarla mai e non voltarti mai indietro. Vai… vai… stai già lasciando il mondo un po’ migliore di come lo hai trovato”.
E così il piccolo principe si girò e iniziò a camminare. Dopo aver fatto un po’ di strada, senza voltarsi mi disse “Ora ho capito”.
“Cosa hai capito?” gli chiesi.
“Il senso dell’essere scout” rispose.
Chiusi gli occhi per asciugarli dalle lacrime e quando li riaprii il Piccolo Principe non c’era più, ero da solo, nel cortile dell’oratorio.
Un sogno? Forse si… ma il mio fazzolettone non l’ho più ritrovato.
Alberto Stradiotto

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